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L'Italia nel 1860

 

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      Cavour                   Garibaldi                     Mazzini              V.Emanuele II

 

 

E poi che dire dell'arretrato sud Italia? Quanti di voi sanno che le ferrovie, inventate nel 1820, ignote in Italia, fecero la loro prima apparizione a Napoli (1839) ?? Mentre al sud si costruivano treni e ferrovie, al nord si girava ancora con la carrozza!! (Questo per sfatare il mito del sud nullafacente..)

Le navi Mercantili del Regno delle Due Sicilie solcavano i mari di tutto il mondo e la sua modernissima flotta, costruita interamente nei cantieri navali meridionali, era seconda solo a quella Inglese.>Nel Regno delle Due Sicilie la disoccupazione era praticamente inesistente e così l’emigrazione (per tornare a questa situazione bisognerà attendere gli anni trenta del ‘900).

La Sicilia, la Campania ed il basso Lazio erano ricchissimi di reperti archeologici etruschi, greci e romani che affiancati da musei e biblioteche diedero un impulso alla costruzione di alberghi e pensioni per accogliere i numerosissimi visitatori. Sorsero così le prime agenzie turistiche italiane.

La sanità non era da meno con oltre 9mila medici usciti dalle Università meridionali che operavano in ospedali e ospizi sparsi in tutto il territorio. Il Regno delle Due Sicilie poteva vantare la più bassa mortalità infantile d’Italia.
Le strade erano sicure e la mafia, che soprattutto oggi affligge il Sud e non solo, non esisteva neppure come parola. Nella conferenza internazionale di Parigi nel 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese del mondo, dopo Inghilterra e Francia, per lo sviluppo industriale !!! Alla faccia quindi del sud Italia arretrato!!>Dopo arrivarono i 1000 guidati da Garibaldi.

 

 

Il brigantaggio nacque per motivi politici. fuoriusciti dell'esercito borbonico di Francesco Secondo nel 1860 quando tornarono presso le loro abitazioni furono umiliati dal nascente ordine sabaudogaribaldino detto dei "galantuomini". Questi soldati detti sbandati per non passare sotto la nuova bandiera si diedero alla latitanza. Negli anni seguenti le bande assunsero tratti anarchicodeliquenziali perchè vi confluirono carcerati evasi e retinenti alla nuova leva che volevano rimanere presso le loro abitazioni per aiutare le loro famiglie nel lavoro dei campi.

Sulle Montagne che vanno da Volturara fino a Caposele, tutto il massiccio del Terminio, della Celica e del Cervialto, vi erano diverse bande e gruppi che per sostenersi si dedicavano al furto, alla rapina, all'estorsione e al sequestro di persona. Secondo lo Spagnuolo questi gruppi definiti Briganti dalla storiografia assumono un diverso profilo se si vanno a spulciare le carte processuali dell'epoca.Infatti la ricerca del Professore di Avellino ha dimostrato che le gesta degli invasori piemontesi furono di granlunga più criminali rispetto ai nostalgici di Francesco Secondo. Per questo motivo finanche un militare sabaudo proveniente dal nord fece diserzione e passò tra le fila dei briganti.Il brigantaggio rimase animanto finquando, per parecchi anni, circolò la voce di un possibile ritorno del Re delle due Sicilie. Cosa che non avvenne mai e che condannò come fenomeno criminale una vicenda che solo oggi possiamo rileggere sotto una luce diversa.

 

 

    Francesco II dei Borboni

 

I fattori scatenanti

Già durante la spedizione dei mille e dopo il raggiungimento dell'unità d'Italia, diverse fasce della popolazione meridionale cominciarono a manifestare un crescente malcontento verso il processo di unificazione. Ciò era anzitutto generato da un improvviso peggioramento delle condizioni economiche dei braccianti della provincia meridionale, che, abituati ad una condizione economica povera ma sopportabile (caratterizzata da un costo della vita moderato, da una bassa pressione fiscale e dalla libera vendita dei prodotti agricoli) si ritrovarono a dover fronteggiare un nuovo regime fiscale per loro insostenibile e una regolamentazione del mercato agricolo svantaggiosa per loro sotto ogni aspetto. Un altro importante motivo che spinse alla rivolta i contadini fu la privatizzazione delle terre demaniali a vantaggio dei vecchi e nuovi proprietari terrieri, che così ampliarono legalmente i loro possedimenti in cambio di un maggior controllo del territorio e della fedeltà al nuovo governo. Tutto ciò danneggiava i braccianti agricoli più umili, cioè quelli che lavoravano a giornata con lavoro precario e senza un rapporto di radicamento nel territorio, che con la sottrazione delle terre demaniali da loro utilizzate si ritrovarono a dover vivere in condizioni economiche ancora più disagiate e precarie rispetto al passato.

A tutto ciò si aggiunse l'istituzione del servizio militare obbligatorio di massa (tramite coscrizione) - che precedentemente col governo borbonico era obbligatorio, ma soggetto a sorteggio per il suo svolgersi, ed era evitabile col riscatto - e in quel periodo l'organico dell'esercito delle Due Sicilie era in parte costituito da truppe di mercenari svizzeri. Foto: In tale contesto si cominciarono a formare, oltre alle bande di contadini e pastori che si davano al brigantaggio come estrema forma di protesta, anche gruppi organizzati di ex soldati del disciolto esercito borbonico rimasti fedeli alla dinastia dei Borbone di Napoli. Tra questi si inserirono anche malviventi e latitanti di vecchia data, adusi a vivere alla macchia. Inoltre, in taluni posti, come risposta ad uccisioni di militari e liberali da parte dei briganti erano avvenute sanguinose rappresaglie da parte dell'esercito italiano con eccidi e devastazioni - come il massacro di Pontelandolfo e Casalduni avvenuto il 14 agosto 1861- che contribuì ad accrescere il risentimento verso il neonato stato italiano. Infine, la formazione del Regno d'Italia era sentita da gran parte della popolazione con forti sentimenti religiosi come una minaccia alla propria fede cattolica e alle proprie tradizioni. La componente religiosa ebbe un'importanza determinante, perché il Risorgimento ebbe una forte connotazione anticattolica, in particolare a causa della questione romana, ragion per cui non poteva godere di un vasto consenso in tutte le classi della popolazione, soprattutto quella rurale, allora intensamente ancorata al proprio sentimento religioso, tanto più che il basso clero, a contatto diretto con queste popolazioni, rafforzava l'idea che i liberali "massoni e senza Dio", volessero abbattere radicalmente la "Santa Madre Chiesa". Inoltre dal vicino Stato pontificio, in cui si erano rifugiati i reali borbonici, arrivarono aiuti e costanti incitamenti (fino al 1867) alla lotta armata senza quartiere contro uno Stato che aveva espropriato i beni dei conventi e minacciava la stessa sopravvivenza del potere temporale del Papa

 

 

 

Vito Nardiello: la storia delll’ultimo dei briganti in Irpinia.

 

Eppure, a partire dall’immediato dopoguerra, il nome di Vito Nardiello è stato tra i più noti delle cronache, non solo irpine. La sua fama di brigante sanguinario ed implacabile, Nardiello se la costruì nel suo paese natio, Volturara Irpina.

Qui era rientrato dopo la guerra e dopo essersi arruolato nell’esercito titino nella ex Jugoslavia, con le cui mostrine si era guadagnato sul campo i galloni di spietato esecutore.Anche nei confronti di soldati italiani, avversi al regime comunista. Nel 1945 Nardiello fece ritorno nella sua Volturara. Aveva smesso la mimetica ma non le armi e la padronanza nell’usarle. In pochi mesi creò una vera e propria banda criminale, chiamando a sé compaesani ex galeotti, dedita a saccheggi, rapine e assalti. Le prime scorribande furono indirizzate nei confronti di alcune masserie della zona, successivamente ad essere presi di mira furono i viaggiatori che attraversavano la Nazionale.

Sulla scia di ciò che avevano fatto i briganti nel passato, che da quelle zone erano spariti da quasi un secolo, il Malepasso diventò il territorio di caccia della banda che, nel volgere di pochissimo tempo, divenne un incubo per chiunque si trovasse a passare di lì. A pagare dazio a Nardiello fu anche il senatore Alfonso Rubilli, intercettato e rapinato nei pressi della Bocca del Dragone al ritorno da un comizio elettorale.

Nel giugno del ’46, durante un assalto ad una corriera, la banda lasciò sul selciato la prima vittima, Giuseppe Tortora. Ad agosto i morti per mano di Nardiello erano già saliti a cinque. Per lo più coloni e loro familiari che abitavano in case isolate per il cui assalto la banda aveva gioco facile. Sul finire del mese di dicembre del 1946, Vito, detto “’o malamente”, cadde nella rete dei Carabinieri che riuscirono ad arrestarlo.In carcere il bandito di Volturara rimase pochi anni.

Prima ancora di conoscere la sentenza di condanna, infatti, con un blitz degna di una pellicola americana, Vito Nardiello, armato di lima e lenzuola annodate, riuscì ad evadere, nel 1951, dal carcere borbonico di Avellino, per l’epoca considerato uno dei più sicuri d’Italia. E qui, con la latitanza, comincia il mito di Nardiello, che protetto dalla sua gente e dalle sue montagne, non si allontanò mai da Volturara e dall’Irpinia, sfidando apertamente le forze dell’ordine, trascorrendo quella che Giuseppe Alessandri, nel suo volume “La storia di Vito Nardiello, il lupo d’Irpinia”, definisce latitanza “a domicilio”. La primula rossa irpina riuscì a nascondersi tra la sua casa di Tavernole di Volturara ed il centro del paese della Bocca del Dragone, riscendo sempre a sfuggire alla cattura.

A dargli manforte la sua compagna di una vita, Rosa Raimo, con cui ebbe anche quattro figli, alcuni dei quali nati proprio durante la latitanza. Nel febbraio del 1952, i Carabinieri furono ad un passo dalla sua cattura. La casa in cui si nascondeva fu circondata. Nardiello, però, diede ancora una volta prova della sua abilità con le armi, uccidendo un militare e ferendo gravemente il comandante della stazione dell’Arma di Volturara.La sua latitanza durò oltre dieci anni. Sul suo capo furono messe varie taglie, da uno fino a cinque milioni, con tanto di avvisi e foto segnaletiche affissi sulle cantonate del paese.“Per chi mi tradisce c’è il cimitero”: così vergò di suo pugno un manifesto Nardiello, secondo la leggenda. La latitanza del brigante di Volturara Irpina si chiuse il 13 marzo 1963, quando fu stanato nella sua abitazione. In carcere rimase 23 anni e, nonostante la condanna all’ergastolo, nel 1986 ottenne i benefici della libertà vigilata e nel 1991 la piena libertà. Vito Nardiello si spense nella sua Volturara nel 2001.

 

 

 


Alfonso Carbone

l'ultimo brigante nell'Irpinia postunitaria Alfonso Carbone nacque in Montella nel 1847; cioè in quel paese che dette all'avellinese il maggior contingente di brigantaggio. Nei suoi sogni adolescenti, in quell'età così gioconda e spensierata, egli s'era dipinto un avvenire di quiete e di pace, nella grande poesia del lavoro dei campi e dell'affetto domestico. Invece, quando aveva solo venti anni, il destino gli aveva già addensato sul capo la procella più nera. Un suo fratello, in un processo estremamente dubbio e indiziario, veniva condannato ai lavori forzati unicamente in omaggio alla deposizione rabbiosa e violenta d'un nemico, Salvatore Gambone; e non basta: è uopo anche aggiungere che la sua disgraziata famiglia da quel processo in poi non fu lasciata più tranquilla; ogni inezia diventava una buona ragione per farla bersaglio a tormentose persecuzioni. E come se tutto ciò fosse stato poco, il Carbone, per quel suo carattere risentito e vivace, fu preso in sospetto di manutengolo, e la giustizia, non perdendolo di vista, lo additava come un pericolo sociale e gli si stringeva dattorno con misure esagerate, le quali ad un cuore già tanto scosso ed esacerbato dovevano riuscire addirittura lame penetranti di pugnali.

Egli, inoltre, non ignorava che essere in quei tempi sospettato in connivenza coi briganti, era la più tremenda delle iatture; e non ignorava... che una giustizia troppo rapida e affrettata aveva, non di rado, travolto rei e innocenti nella medesima rovina... Intravide nel suo buio avvenire la galera o anche la fucilazione, e alla giustizia che, tra l'aprile e il maggio del l868, lo ricercava, egli, atterrito, si sottrasse con la latitanza.
Esule dal suo paese e dalla sua famiglia, incalzato, come lupo mannaro, a quella età e vergine d'ogni reato, errando di montagna in montagna, con lo sgomento e la desolazione nel cuore, ebbe ancora la sventura d'imbattersi in Ferdinando Pico, quel Pico, che adescò tanti giovanetti al brigantaggio. Inesperto com'era e col cervello travolto dalla sua disperata situazione, la quale gli dava, inesorabile, un diritto di scelta tra la galera o la vita e lege e libera del masnadiero, cedé alle persuasioni di quel ribaldo... si fece brigante.
Ma il Carbone non era nato al mal fare, era un delinquente di occasione, e non un delinquente nato. Appena caduto nell'impeto disperato dei suoi disinganni, dappoichè egli si sentiva vittima dell'altrui malvagità si lasciò trasportare ad atti di violenza selvaggia contro i suoi persecutori; ma questi uragani di lava rovente, questi scoppi improvvisi di passioni e di energie, che valsero, in un mese, a dare sì triste celebrità al suo nome, si spensero in un momento. Egli tra l'aprile ed il maggio del 1868 diventava brigante e nel settembre di quell'anno aveva già compiuta la sua carriera criminosa, e non seguiva che macchinalmente gli sciagurati compagni. Chi studia i numerosi processi della banda Ferrigno-Pico (Archivio del Tribunale di Avellino N. 3083 e 3783) trova che la figura del Carbone non emerge singolarmente che nei primi quattro mesi della sua vita brigantesca, dal maggio al settembre 1868, per tutti i reati che si commisero in seguito, sia nel Salernitano che nell'Avellinese, non s'incolpava il Carbone, se non per la celebrità che lo circondava, e soprattutto perché era notorio ch'egli prima fosse stato un masnadiere della banda Ferrigno-Pico e che poscia, sparito il Ferrigno, avesse egli, assieme al Pico, ricostruita la banda ed avveniva che questa consumava i reati, e nei processi naturalmente venivano rubricati tutti, in blocco, senza darsi pensiero della parte rappresentata da ciascuno.

Ma, come si vedrà, il Carbone aveva in orrore quella vita tra i patimenti ed i delitti: dopo lo scoppio violento dei primi quattro mesi, nei quali egli fece le vendette sanguinose di colui che lo aveva condotto indirettamente alla disperazione di cercar quartiere tra le masnade brigantesche, in mezzo al sibilo dei serpenti, e di due spie le quali, fintesi briganti con l'accordo della Pubblica Sicurezza, tentarono mille insidie alla banda e a lui soprattutto non escluso il veleno. Dopo, il Carbone, quasi scompare dalla scena e il suo nome, nella banda, figura solo come numero. Insomma la sua vita delittuosa segna una linea parabolica dal 10 maggio al 6 settembre del 1868, dall'omicidio di Salvatore Gambone, che è il solo e vero reato, che egli consumava, cedendo ad un sentimento di vendetta cieca e furibonda al ratto di Dora... la bella creatura quindicenne della quale egli era perdutamente innamorato.

Ma, quando rapì la sua Dora, egli non era più che un brigante di nome, e il racconto della rapita, che nello studio dei processi ferma vivamente l'attenzione, ha note non prive d'interesse se non addirittura tenere e commoventi, le quali fanno tralucere la palingenesi morale, che, dopo soli quattro mesi di vita elege, già andavasi operando nel cuore del masnadiere. Imperocchè tratta seco la giovanetta e lontano le mille miglia da ogni pensiero losco, era solo pago di ripeterle, nell'effusione del suo cuore giovanile, che l'amava tanto, che doveva farne la sua sposa e che per essa avrebbe affrontato tutti i pericoli. Essi, narra la fanciulla, erano sempre uniti, erranti di foresta in foresta, e la sera, lungi dalla masnada, si trovavano addormentati l'uno accanto all'altro... Ebbene, se si pon mente che tutto questo non era che un amore... perfettamente platonico... il masnadiere si perde di vista, e tanta raffinatezza di sentimentalismo delicato, sullo sfondo della scena, dipinse la figura nobile e gentile di un cavaliere errante.

Gli amanti vissero così parecchio nella purezza immacolata di un idillio soave, verginale... Se non che una notte, continua la rapita, la fibra rigogliosa dei venti anni si ridestò, e, dopo tante notti candide e innocenti, venne la prima notte di nozze... nell'aura balsamica della montagna... sopra un talamo di ginestre... al cospetto del cielo stellato! E fu il suo ultimo atto illegale, consumato in mezzo a un nimbo di poesia e di luce. Dicemmo che dal settembre del 1868 Carbone seguiva macchinalmente la banda. Questa, forte di ventiquattro persone, non commise nulla di notevole fino al principio della primavera del 1869. Da quest'epoca, si rinnovano ricatti ed estorsioni e incominciarono a venire in mezzo, fra i due capi, dei dissidi tanto che sulla montagna di Solofra vi furono, fra i due comandanti, scambi di colpi di rivoltella, per cui restarono ambedue feriti. In seguito a detti fatti la banda si suddivise in due squadre, una, con a capo Andrea Ferrigno, si riversò nel Salernitano, dove il 28 maggio fu in buona parte distrutta dalla Guardia Nazionale di Castiglione, e l'altra, diretta prima dal solo Pico, e poscia anche dal Carbone, restò nell'Avellinese.

Il Carbone convinto che col generale Pallavicini, che aveva il comando della zona, con poteri eccezionali, non ci si poteva tanto scherzare, pensò di deporre le armi e mettersi a discrezione delle autorità. Questo suo desiderio lo fece partecipe prima ai suoi dipendenti e poscia al Pico.
Costui, pur simulando, incominciò ad insinuare nell'animo degli altri sentimenti di rivolta contro il Carbone, affermando che questi avrebbe finito per sacrificarli e condurli al macello, come pecore; e, quando gli parve giunto il momento opportuno, si oppose a visiera alzata alla presentazione. Il Carbone dapprima lo pregò, poi lo scongiurò e, quando si avvide che quel ribaldo non solo non cedeva, ma era addirittura riuscito a trarre dalla parte sua buona parte della banda, venuto il 2 settembre (1869) a contesa con lui lo freddò con un colpo di fucile al petto.

Il giorno 5 settembre all'1 p. m., al mulino comunale di Montella, al cavaliere Capone e al maggiore Orso, coi quali il Carbone aveva impegnata la sua parola, ed alla presenza di una immensa popolazione costituivasi l'intera banda, composta di undici briganti e dell'Antonietta Scarano da Solofra druda del Pico. Essi andarono difilato alla Chiesa parrocchiale ed ivi deposero solennemente le armi.

 

 

!!!! Questa video è di parte......ma qualcosa di vero c'è!!